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La società temeva di avere un dipendente «infiltrato» e si era rivolta all'ufficio degli agenti federali Usa


Il raid degli animalisti che portò alla liberazione di sessanta beagle

Tutto Schermo



L'Fbi doveva «spiare» gli animalisti impegnati nella mobilitazione di protesta contro l'allevamento di beagle destinati alla vivisezione di Montichiari.
Agli investigatori federali degli Stati Uniti, Green Hill aveva richiesto attraverso la casa madre Marshall anche una sorta di schedatura dei dipendenti. La società temeva che fra gli addetti si potesse infiltrare una «talpa» incaricata di girare informazioni e immagini compromettenti dall'interno dell'allevamento alle associazioni e alle istituzioni che chiedevano a gran voce la chiusura della struttura.
Il clima da intrigo internazionale sospeso fra il surreale e l'inquietante, emerge dal fitto scambio di e-mail tra i funzionari di Green Hill, un carteggio sequestrato dalla procura nel corso dell'inchiesta al centro del processo che si chiuderà il 23 gennaio. Il contenuto dei messaggi di posta elettronica è stato rivelato nella sostanza l'altro ieri dalla requisitoria del pm Ambrogio Cassiani. Il coinvolgimento dell'Fbi spunta nelle e-mail a cavallo del blitz degli animalisti del 28 aprile 2012.
Il rappresentante legale di Green Hill Ghislane Rondot comunica ai suoi stretti collaboratori di voler trasmettere all'Fbi i nominativi di eventuali nuovi assunti e degli attivisti fermati dai carabinieri dopo l'irruzione nell'allevamento che ha portato alla liberazione di sessanta beagle. La richiesta di tutela agli agenti investigativi federali ritorna all'inizio di giugno anche in occasione del sopralluogo degli avvocati degli animalisti che hanno ottenuto di poter visionare uno dei capannoni finiti nel mirino del blitz per svolgere investigazioni difensive, un'opportunità prevista dalla legge e autorizzata dal giudice.
I vertici di Green Hill manifestano sdegno e disappunto nei confronti della decisione del tribunale che li ha costretti ad aprire le porte agli avvocati Vittorio Arena e Davide Zanforlini. Nelle e-mail affermano che una cosa simile non sarebbe mai capitata negli Usa. Parole spia - secondo le parti civili del processo - dell'approccio di sufficienza alle leggi italiane da parte della multinazionale. I timori di Green Hill in effetti hanno poi trovato conferma: da quel sopralluogo è scaturito l'esposto che ha dato il là all'inchiesta e al processo con l'accusa di maltrattamenti e uccisione di cani ingiustificata. La richiesta di pene avanzata dal pm supera i dieci anni di reclusione. Quella più pesante, tre anni e sei mesi, è a carico di Renzo Graziosi, il veterinario aziendale. Tre anni la pena proposta per Ghislaine Rondot, rappresentante legale dell'allevamento. Il pm ha infine chiesto di condannare a due anni il direttore dello stabilimento Roberto Bravi e Bernard Gotti, uno dei manager di riferimento della Marshall.N.S.

brescia oggi
http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/1016748_green_hill_chiese_allfbi_di_spiare_gli_ani malisti
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